JOURNEY 7 2026 COLLARMELE


“Solo,
con lo sguardo perso
verso l’orizzonte che sfumava
il rosso del fuoco nell’arancione di ogni tramonto
per diventare quell’arcobaleno di colori
che dall’indaco arriva al nero della notte,
continuava…
Poi avrebbe spento il monitor e chiuso nell’abitacolo passato la notte.”

*****

“Letture Serali”
Estratto da Il Libro,
episodio
Il Vento del deserto,
l’Harmattan.
5 \ 2018



La dimensione del quanto non ci sia nessuno da questa parti sta nel quadro delle prossime righe.
Già il passaggio nel paese di Collarmele, alla mattina con le nuvole basse, la foschia,
la nebbia ed il gelo aveva dipinto un quadro di spiccata solitudine.
Poche macchine in paese, a piedi forse l’incrocio con una o due persone
intabarrate nei mantelli stile fine Ottocento e tremanti per il freddo umido.
La Crosstrek in mezzo ad uno stop l’ho potuta mettere solo qui.
Senza dovermi preoccupare dell’occupazione fuorilegge dell’incrocio
con la statale, o regionale, o provinciale, o comunale che fosse.
Lì, piazzata in mezzo alla strada, come nulla fosse.
La dimensione della solitudine, purtroppo anche la dimensione dello spopolamento dei borghi, tanti, italiani.
Peggio trovare il bar.
Niente colazione.
Generi di conforto per quel che la dispensa personale offre.
Va bene così.
E’ stato, questo di Collarmele, un set fotografico impegnativo e come al solito,
gli audaci sono premiati.
Appena fuori dell’abitato, dopo un paio di tornanti la Crosstrek esce dalle nuvole.
Nuvole che rimangono in bella vista nella vallata sottostante
così, tanto per offrirmi quel che andavo cercando e cercavo da tempo.
Il cielo azzurro di fine dicembre, terso, freddo, senza nuvole paffute.
E sotto la figura della Ocean Bleu la coltre di nuvole basse, nebbia densa che sigilla la valle
ma firma la vocazione della Subaru d’andar per avventura
e del tizio che la guida di cercare situazioni estreme.
Il pomeriggio è la fascia temporale
del cuore del racconto della solitudine di questi paraggi di Collarmele.
La fissa del viaggio è una, la foto che volevo fare ancora deve essere scattata.
La strada è quello sterrato che mi porterà in quota, ancora più in alto.
L’asfalto è alle mie spalle, pochi metri dietro.
Davanti campi arati, forse seminati.
Marrone scuro, con tagli di luce laterale.
Sì, scomodo ancora IL Caravaggio.
La luce è alla mia destra,
le colline sono punteggiate di metalliche strutture orientate al vento.
Il contrasto tra il cielo blu,
il marrone del campo in attesa della stagione dei germogli,
l’Ocean Bleu della CTK appena presa dopo il press “test press” natalino.
Già a Bergamo… sotto la pioggerellina dicembrina.
Ma non sono MAI soddisfatto.
Così per il taglio migliore del clic,
mai perdere un clic, mi “butto” a terra.
E rafale di clic.
Tanti, piccole variazioni di inquadratura.
Di valori di ripresa, diaframmi, tempi.
Obiettivi.
Ogni obiettivo racconta una storia diversa.
Devi saper vedere la scena, sentirla.
E provare.
Sempre meglio un clic in più che uno scatto perduto.
Ed è perduto per sempre, quello scatto.
Per sempre.
Concentratissimo
non vuol dire distratto dal “circostante”.
Anzi.
C’è consapevolezza del luogo.
Non è il bar sottocasa.
Tutto può succedere.
Così c’è massima attenzione per ogni punto della scena, del set.
Per ogni rumore.
Ragiono, sempre, come se fosse possibile in ogni istante, un attacco.
Di cosa non so, non sarebbe una sorpresa.
Con i canini mezzi lupi alle porte di Caput Mundi
ed i cinghiali razzolanti nel pattume delle municipalità…
nulla può essere escluso.
Occhi aperti, orecchie in allerta.
Un rumore lontano mi dice che qualcuno è in arrivo.
Saranno un paio d’ore che sto in quel punto e non è passata una macchina,
una corriera, una moto.
Un trabiccolo trainato da cavalli.
Niente assoluto.
Solo il rumore del vento.
Il rumore è ora dietro di me.
E’ metallico.
Un’automobile.
L’immediato rumore della gomma stridente che racconta di una brusca frenata.
Uno sportello che si apre.
Una voce tuonante.
“Sta bene? Ha bisogno di qualcosa?”
Ecco.
Accade anche questo nei miei viaggi.
La preoccupazione di un passante sconosciuto
che nota un umanoide per terra come fosse morto.
Visto il luogo, ci stava pure.
Aggiungo: anche per l’età.
E per il freddo.
In quota, dopo, al tramonto, avevo una cipolla di piume a tre strati.
El Charro docet.
Un’oretta abbondante di chiacchiere.
Al solito mio.
Suggerimenti sul posto, dritte, luoghi da esplorare.
Avvisi.
Occhio, qui lupi ed orsi ci sono per davvero. Ti fermi a lungo?
Un pezzo della notte voglio farlo, devo aspettare la Luna
Stai attento però, non si scherza da queste parti. Di notte”.
Grato del suggerimento.
Poi sono passati i Carabinieri.
Avevano la Jeep e non una Subaru.
Avrei fotografato anche loro.
Guarda caso
son passati dopo il volo del drone per portar su la Lume Cube
per gli scatti notturni alla CTK.
Alcuni di quegli scatti pensati da tempo immemore.
Coincidenza?
No.


L’idea.

Freddo.
Nuvole.
Sole.
Vento.
Silenzio.
La Luna.
Le Stelle.


Questa fotografia, sopra,
è realizzata con interventi di post produzione
ma senza l’uso della iA.
Tutti gli scatti che compongono l’immagine sono dell’autore.


Il silenzio
avvolge la solitudine con l’assenza
d’ogni rumore riempiendo
con gli occhi la mente d’ogni colore
di ciò che circonda l’essenza dell’ikikomori. Un pezzo di vita della dottrina del bushidō.
Così immaginando il viaggio le giornate passano ricche dell’Essere.



FINE ART AMERICA






FEBRUARY, 2026

Catch The Rainbow, Ride in The Sky, Make It Shine For You and I
See The Light Through The Night”

Ronnie James Dio

Txt and vocal
Ritchie Blackmore

Music and guitar
è una frase di “Catch the Rainbow” del 1975,
album Ritchie Blackmore’s Rainbow proposta anche,
e con enfasi della lirica,
nell’album “On Stage”.


Imperare Sibi Maximum Imperium Est