Divergenze e convergenze
di luci, colori e silenzio.
L’Età del Rosso è finita.
Per ora.
S’applichi la creatività
per costruire
l’Età del Verde.

ALFA ROMEO
STELVIO,
MONTREAL
GREEN

È sempre così. 


Prima di mettere in moto, prima ancora di sapere con quale vettura. Vedo un posto e mi piace. Moresco.
L’idea c’è. L’ho visto, il posto, in una giornata di metà Settembre. Nei giorni successivi, sempre in zona, ho immaginato il clic e col passare del tempo e dei pensieri intorno a quel set, s’è perfezionato lo scatto, l’idea della fotografia da fare in quel preciso posto a quell’ora esatta. Come il cinguettio del segnale orario di antica memoria.
Intorno a quella idea si forma il pensiero dell’automobile.
Mi serve un frontale cattivo, che sia cattivo e luminoso.

Aggressivo.

Quella roba che piace tanto a me perché è l’arma convincente, insieme all’elastico, per far levare il presidente di corsia di sorpasso che alza il destro all’approssimarsi della curva da quinta piena.
Se hai le palle.
Pensi ad un modello.
Poi ne arriva un altro.
Tutto cambia in via via che gli scatti si accumulano.

Poi c’è la Pasqua in mezzo.

Anche i borghi più sperduti rischio di trovarli ricchi di turismo mordi e fuggi.
Le seconde case abitate.
Quella era una foto da fare nel freddo di Gennaio.
Così alle tre di notte è certo solo l’incontro con un bel gattone nero sofferente pure lui di insonnia.
Il re del borgo.
Il re di Moresco.
Montreal Green.
Non è rossa.
Non è Tonale.
È Stelvio.
Montreal Green.

In un giorno di possesso ho fatto oltre giga di file.
Non pretendo siano foto.
Qualche file è un clic che mi piace.
Il frontale di Stelvio andrebbe bene per quel clic in Moresco.
Sono titubante.

Ho PAURA di sbagliare.
Ho PAURA che mi rompano i CABBASISI di notte mentre io ho bisogno di quiete per intepretare Stelvio e Moresco.

Sono MOLTO Indeciso.
Sulla strada del ritorno c’è pure un altro clic visto, pensato, immaginato.

Un clic di confine.
Il meteo promette Sole dal 4 Aprile.
Lì, sulla via del ritorno è montagna.
Forse il passo è chiuso.
Il meteo fino a questa mattina è stato inclemente.
Sigh, per chi lo ha patito per davvero.
Abruzzo, Molise.
Dispiacere nel vedere certe riprese del disfacimento del territorio per colpa del malaffare e della incuria.
Il clic alla Stelvio passa in secondo piano considerando l’emergenza.
Ci sarebbero dei massi fronte mare.
Ed anche un driver disponibile all’alba.
Che tormento.
L’idea di fare oltre trecento chilometri di notte con la Stelvio fluida sulla A24 e poi la A14 mi attira come una bella donna.
Ho bisogno di guidare.
E non di fare errori buttando al vento tempo e risorse.
Ed i giorni sono pochi.
Ed il set segreto mi aspetta, quello inderogabile.
Set che non è Moresco
e nemmeno il Mare.

È qualcosa che racconta
il fascino dell’Italia.
Come un’Alfa Romeo.
Stelvio.


ALFA ROMEO
TONALE

ITALIA

ROSSO

SPORTIVITÀ

e

HERITAGE

Ho detto che qui,
in Moresco,
sarei tornato.
Così sarà.
Quando?
Di notte.
Con il buio,
profondo,
per illuminare
il Rosso Alfa.
Rosso?
Verde!
Brillante.
Cerchi oro…




Il Barone
mi convocava secondo le sue necessità
in quel di Belle Arti.
Da lui, patentato ma con scarsa disponibilità
di 4ruote
a meno di non rubare la mini, quella vera,
quella di Issigonis, di mia madre,
da lui, a casa del Barone arrivavo con l’ST,
ossia i mezzi pubblici.
Chi di Roma sa: ST = suole e tacchi.
Dalla “mia collina” non era un lungo tragitto,
avrei potuto anche davvero con ST.
E pure in discesa: da Balduina a Prati è poca roba.

Ogni volta che arrivavo nella piazzetta due cose guardavo.
La speciale portineria,
abitava in quel palazzo anche l’allora
ministro degli interni,
tal Virginio Rognoni,
e poi guardavo
(dopo essere stato squadrato, anche se ormai noto)
la Rossa lì in piazzetta parcheggiata.
Ferma.
Ferma ieri.
Ferma oggi.
Ferma domani.
Sempre ferma.
Sempre.
Da mesi.
Il Barone non la prendeva…
stava lì.
Ferma.
Con un velo di polvere
che smorzava il rosso della carrozzeria.
Ferma, sempre ferma.
Settimane, mesi.
Ed io morivo a quello sciupio.
L’avrei fatta urlare quella rossa.
Interni chiari.
Bellissima.
Con quel contagiri al centro del volante.
Ferma.


Non avevo coraggio di chiedere.
Troppo peones io
al cospetto di chi vestiva Caraceni
e guidava la HPE.
Ma che ne sapete.
A Raf piaceva da morire la HPE.
Vera snob, come lui.
Uccio (Catalanotto) sapeva ma taceva.
Uccio era colui che gestiva i “prestiti” speciali
delle vetture del parco rotabile di Arese su Roma.
E non chiedeva il rientro della rossa.
Troppo importante Raf.
Amici da tempo.
Mai gli avrebbe fatto lo sgarbo di chiedere un rientro.
Al massimo con le doppie chiavi…
Ferma.
Sempre ferma.

Giorni e settimane che passavano.
S’usciva con la azzurrina HPE,
quell’azzurro metallizzato di Lancia
nei primi Anni ’80.
Modaiolo.
E lei, la rossa, sempre ferma.
Ebbi il coraggio, un giorno.
“… ma certo Luca, faccia quel che vuole,
la prenda pure.
Quando vuole.
Ecco le chiavi…”
Orgasmo.
Eiaculazione.
Mi fiondo senza manco salutare
ne’ il Barone
manco la “guardiania”.
Nella foga non mi accorgo,
si apriva, la Rossa, con la chiave di metallo,
non con un impulso del telecomando
o avvicinandosi all’auto come oggi.
Apro lo sportello e mi calo dentro.
Chiave inserita, messa in moto.
Silenzio.
Batteria morta.
T’ho detto che era ferma.
Da mesi.
Tornare in casa del Barone
e dire della sosta forzata?
Non ci pensai proprio.
Avrebbe significato perdere le chiavi
e la rossa con il rientro di carro attrezzi.
Gettone.
Telefono a gettone.
Chiamo mio fratello.

“Vieni di corsa giù dall’Avvocato
e porta i cavi per la batteria.”
In meno di dieci minuti è nella piazzetta.
Lui, pur essendo terzogenito, già possiede.
E che possiede?
Una 1300 GT Junior color melanzana
che nun se po’ vedè.
Tre minuti e come ladri voliamo via dalla piazzetta
sotto gli occhi benevoli della guardiania speciale.
Du’ ladri.

Poi ne arrivò, parecchio dopo
quando la rossa dovette per forza, vendita, rientrare,
una con la gobba sul cofano.
Marrone, testa di moro?
Metallizzata.
Allora si chiamavano (grazie G)
Marrone Luci di Bosco
e
Bronzo Metallizzato.
Tipo:
Beige Marrone chiaro, tonalità Champagne.
Forse questa?
Il Barone amava solo il Taittinger.
Forse il Taittinger Reims?
E chi si ricorda.
Avevo acquisito una bella faccia tosta.
L’ebbi subito.
Solo le facce che incrociavo con quell’auto
così super speciale per quei tempi.
Altro che orgasmi.

Era il paradiso della guida quella GTV6 2.5
L’Alfa di prima della rossa e della gobbuta,
era addirittura una 1750 Coupé.
Come a qualcuno raccontato,
quelle con il volante Nardi.
In legno vero.
E come scrivono quelli che sanno scrivere:
questa è un’altra storia
che ha a che fare con il barocco,
le chiese di Roma, le Koh-i-Noor, le Staedtler, le Caran d’Ache, le Winsor&Newton, i Rotring
ed una tipa di nome Elisa.
Che con la 1750 non ho spupazzato
in giro per Roma.
Peccato.
Mi piaceva da morire.
Elisa non solo la 1750.
Non conoscevo ancora il Barone
ed ero avviato a far l’architetto
e magari sposare Elisa.
Così le Alfa me le compravo,
invece d’averle in prova per le foto.
Qualcuno pensò bene di addormentarmi
su un freddo tavolo d’acciaio.
E cambiò tutto.
Però, almeno per l’heritage di Alfa
qualcosa posso scrivere.
Poi c’è da far due chiacchiere
sul tema delle notti
e dei musei.
Perché l’auto per Lu è prima di tutto
storia,
forme e design, luce.
Poi dinamica di marcia, di guida.
E soprattutto possesso.
Ogni cosa che inizia finisce ma per quel tanto che la vivo il possesso è quasi morboso. Per certe auto.
Solo per certe, non tutte.

for mobile…

Il Barone
mi convocava secondo le sue necessità in quel di Belle Arti.
Da lui, patentato ma con scarsa disponibilità di 4ruote
a meno di non rubare la mini, quella vera,
quella di Issigonis, di mia madre,
da lui, a casa del Barone arrivavo con l’ST,
ossia i mezzi pubblici.
Chi di Roma sa: ST = suole e tacchi.
Dalla “mia collina” non era un lungo tragitto,
avrei potuto anche davvero con ST.
E pure in discesa: da Balduina a Prati è poca roba.

Ogni volta che arrivavo nella piazzetta due cose guardavo.
La speciale portineria,
abitava in quel palazzo anche l’allora ministro degli interni,
tal Virginio Rognoni,
e poi guardavo
(dopo essere stato squadrato, anche se ormai noto)
la rossa lì in piazzetta parcheggiata.
Ferma.
Ferma ieri.
Ferma oggi.
Ferma domani.
Sempre ferma.
Sempre.
Da mesi.
Il Barone non la prendeva…
stava lì.
Ferma.
Con un velo di polvere
che smorzava il rosso della carrozzeria.
Ferma, sempre ferma.
Settimane, mesi.
Ed io morivo a quello sciupio.
L’avrei fatta urlare quella rossa.
Interni chiari.
Bellissima.
Con quel contagiri al centro del volante.
Ferma.
Non avevo coraggio di chiedere.
Troppo peones io
al cospetto di chi vestiva Caraceni
e guidava la HPE.
Ma che ne sapete.
A Raf piaceva da morire la HPE.
Vera snob, come lui.
Uccio (Catalanotto) sapeva ma taceva.
Uccio era colui che disponeva dei “prestiti” speciali
delle vetture del parco rotabile di Arese su Roma.
E non chiedeva il rientro della rossa.
Troppo importante Raf.
Amici da tempo.
Mai gli avrebbe fatto lo sgarbo di chiedere un rientro.
Al massimo con le doppie chiavi…
Ferma.
Sempre ferma.

Giorni e settimane che passavano.
S’usciva con la azzurrina HPE,
quell’azzurro metallizzato di Lancia nei primi Anni ’80.
Modaiolo.
E lei, la rossa, sempre ferma.
Ebbi il coraggio, un giorno.
“… ma certo Luca, faccia quel che vuole,
la prenda pure.
Quando vuole. Ecco le chiavi”.
Orgasmo.
Eiaculazione.
Mi fiondo senza manco salutare
ne’ il Barone
manco la “guardania”.
Nella foga non mi accorgo,
si apriva con la chiave di metallo,
non con un impulso del telecomando
o avvicinandosi all’auto come oggi.
Apro lo sportello e mi calo dentro.
Chiave inserita, messa in moto.
Silenzio.
Batteria morta.
T’ho detto che era ferma.
Da mesi.
Tornare in casa del Barone e dire della sosta forzata?
Non ci pensai proprio.
Avrebbe significato perdere le chiavi
e la rossa con il rientro di carro attrezzi.
Gettone.
Telefono a gettone.
Chiamo mio fratello.
“Vieni di corsa giù dall’Avvocato
e porta i cavi per la betteria.”
In meno di dieci minuti è nella piazzetta.
Lui, pur essendo terzogenito, già possiede.
E che possiede?
Una 1300 GT Junior color melanzana che nun se po’ vedè.
Tre minuti e come ladri voliamo via dalla piazzetta
sotto gli occhi benevoli della guardiania speciale.
Du’ ladri.

Poi ne arrivò, parecchio dopo
quando la rossa dovette per forza, vendita, rientrare,
una con la gobba sul cofano.
Marrone, testa di moro?
Metallizzata.
Allora si chiamavano (grazie G)
Marrone Luci di Bosco
e
Bronzo Metallizzato.
Tipo:
Beige Marrone chiaro, tonalità Champagne.
Forse questa?
Il Barone amava solo il Taittinger.
Forse il Taittinger Reims?
E chi si ricorda.
Avevo acquisito una bella faccia tosta.
L’ebbi subito.
Solo le facce che incrociavo con quell’auto
così super speciale per quei tempi.
Altro che orgasmi.
Era il paradiso della guida quella GTV6 2.5
L’Alfa di prima della rossa e della gobbuta,
era addirittura una 1750 Coupé.
Come a qualcuno raccontato,
quelle con il volante Nardi.
In legno vero.
E come scrivono quelli che sanno scrivere:
questa è un’altra storia che ha a che fare con il barocco,
le chiese di Roma, le Koh-i-Noor, le Staedtler, le Caran d’Ache,
le Winsor&Newton, i Rotring ed una tipa di nome Elisa.
Che con la 1750 non ho spupazzato in giro per Roma.
Peccato.
Mi piaceva da morire.
Elisa non solo la 1750.
Non conoscevo ancora il Barone 

ed ero avviato a far l’architetto
e magari sposare Elisa.
Così magari le Alfa me le compravo,
invece d’averle in prova per le foto.
Qualcuno pensò bene di addormentarmi
su un freddo tavolo d’acciaio.
E cambiò tutto.
Però, almeno per l’heritage di Alfa qualcosa posso scrivere.
Poi c’è da far due chiacchiere sul tema delle notti
e dei musei.
Perché l’auto per Lu è prima di tutto storia,
forme e design, 
poi dinamica di marcia, di guida.
Soprattutto possesso.

Nota.
Ho guidato anche una ARNA.
Nera, interni chiari.
Aveva un quadrifoglio verde sul posteriore.
Il marketing cercava miracoli.
Ho avuto la possibilità di conoscere,

parlare ed intervistare,
i due mascalzoni.
Ettore Massaccesi e Noritake Arai.